Nell’omelia in Duomo per la solennità del Corpus Domini, dall’Arcivescovo una duplice esortazione che nasce dall’incontro con Gesù e dal dono ricevuto da lui risorto. L’ostinazione della speranza, nonostante tutto, nonostante la guerra, gli spettacoli di orrore, le parole dei potenti che pronunciano maledizioni e minacce e la testimonianza che abbiamo incontrato il Signore e la sua promessa di vita eterna e felice.
Anche quando sembra difficile sperare, a partire da tante guerre nel mondo per arrivare all’indifferenza nei confronti della nostra presenza e del nostro annuncio, quando sperimentiamo un sospetto pregiudiziale e persino una specie di disprezzo nei confronti della Chiesa e di chi vive in essa. Anche di fronte all’esito disastroso dell’individualismo, anche quando siamo costretti a costatare l’inadeguatezza delle nostre intenzioni di fronte alle miserie che ci assediano, delle nostre risorse per risolvere i problemi, della nostra compassione a consolare, delle nostre parole a convincere della vocazione di tutti alla vita buona e fraterna.
Abbiamo la missione di essere voce, opere, preghiere per la pace, promotori di giustizia, di dialogo, di pace.
Mentre cediamo ai disastri della guerra, mentre sentiamo le grida delle vittime delle guerre e dei loro familiari, mentre siamo scandalizzati per le risorse immense impiegate per rovinare la terra e seminare morte, noi ci ostiniamo a pregare per la pace, a operare per la pace, a parlare di pace, a seminare parole di pace, a coltivare pensieri di pace.
Nel contemplare il mistero della nuova alleanza nel sangue del Figlio, troviamo motivi e consolazione nell’essere ostinati nella speranza e perciò ostinati nell’impegno per la pace giusta, duratura, per la pace sempre.